Diritto allo studio? Prima il contratto d'affitto.

Diritto allo studio? Prima il contratto d'affitto.

In tempi di crisi, di soluzioni se ne azzardano tante. Causa il Rigor Montis oppure una sorta di riaffiorata etica civile, anche a Bologna è caccia all’evasione fiscale. L’ultima iniziativa viene dal Consiglio del quartiere Navile: l’iscrizione all’università deve essere subordinata alla presentazione di un documento che attesti la regolarità del contratto d’affitto della stanza in affitto a Bologna. In altri termini: se l’affitto è in nero, addio al sogno di una brillante carriera universitaria.

Vagliata dalla commissione, la proposta è stata respinta sia dal Comune che dall’ Ateneo. Sì, perché nonostante lo spirito di giustizia sottendente all’idea, il provvedimento è parso ostacolante verso il diritto allo studio oltre che ''illegittimo dal punto di vista amministrativo''.

Una decisione facilmente comprensibile, considerando Bologna. Basti pensare agli studenti fuori sede che tanto contribuiscono a rimpinguare le casse della città, perpetuamente in cerca di una camera in cui alloggiare a Bologna, costantemente costretti ad adeguarsi a situazioni di ogni tipo. Obbligare il contratto d’affitto renderebbe per gli universitari molto più difficoltoso trovare casa, probabilmente con conseguenti perdite in fatto di soldi ai danni della cittadina.

Va poi fatta un’altra constatazione: può capitare che gli affitti in nero siano un tantino alleggeriti. Consentire la possibilità di studiare in base alla regolarità dell’affitto significa in qualche modo prendere in considerazione la disponibilità economica dello studente e della sua famiglia.

Un diritto allo studio per chi se lo può permettere insomma un pò come negli Stati Uniti. Noi del vecchio continente dovremmo disporre di più nobili concezioni della parola 'diritto' che non dovrebbe includere definizioni riguardanti il censo. Semmai è da recriminare un costo medio degli affitti decisamente elevato, un vero e proprio Far West privo di norme efficaci che impediscano istanze di sfruttamento. Ma questo è il prezzo della mancata regolamentazione e del libero mercato.

Inoltre, seguendo la moda esterofila del momento anche questa iniziativa viene d'oltralpe, precisamente dall’Università Humbolt di Berlino. La solita Germania, in sostanza. E la solita mancanza di amor proprio tipica dell’ italiano pessimista, mi viene da pensare.

Ricordo un professore della mia Facoltà, un luminare della storia che ha avuto esperienze di insegnamento anche alla Sorbona di Parigi. Un giorno portò a lezione un articolo in cui era illustrata una di tali classifiche. Ovviamente l’ Italia era fra gli ultimi posti. Ebbene lui ci ammonì dal prenderla sul serio, poiché stilata prendendo in considerazione parametri del tipo la disponibilità delle infrastrutture, delle modalità di insegnamento, dei rapporti professore-studente.

Forse dovremmo lasciare all’estero i suoi grandi college puliti e lussuosi. Ciò che conta sono le ore passate sopra i libri ed i cervelli che ne vengono fuori, quegli stessi cervelli in fuga tanto apprezzati oltre confine.

Non che il Governo Monti non faccia bene a perseguire chi non paga le tasse, tuttavia ci sono spazi specifici in cui non è sempre possibile applicare la norma del rigore in modo pragmatico.

In tempi di crisi, di soluzioni se ne azzardano tante. Poche sono buone, molte davvero opinabili.

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