Il Fuorisede e la spesa dal pakistano

Il Fuorisede e la spesa dal pakistano

Bologna, ore 22:00. Cammino sotto i portici con lo zaino gonfio di libri indirizzato verso casa. Sono appena uscito da una delle tante biblioteche che saltuariamente frequento, giusto perchè ogni tanto voglio convincermi a studiare in maniera seria. Lo stomaco brontola e non ho la più pallida idea di cosa mangiare, sono giorni che tiro avanti con pizze o panini squallidi. Non ricordo cosa mi è rimasto di commestibile nel frigorifero, ma di sicuro niente. Sono infastidito da questa situazione ed inizio ad imprecare in mille lingue diverse. Tuttavia la vita ci concede sempre un’occasione da sfruttare. Giro lo sguardo e scorgo la mia salvezza proveniente dall’Asia, lì in attesa della mia fame e del mio denaro: un pakistano.

Il termine ha un sound geograficamente identificativo, ma non razzista. In città vengono così denominati i gestori dei minimarket di alimentari, sparsi e numerosi. Ma è un po’ come dire che i venditori ambulanti sono tutti marocchini. Allo stesso modo, i gestori dei minimarket non sono tutti pakistani. Da questo punto di vista il miscuglio sbadato può anche ritenersi offensivo. È come se a me mi scambiassero per uno spagnolo.

Tali negozietti hanno letteralmente invaso Bologna negli ultimi anni, ne trovi uno ogni cento metri. Sono praticamente aperti tutto il giorno ed anche la sera, gli orari di lavoro di queste brave persone sono massacranti, la domenica non è giorno di riposo. In realtà i costi non sono per nulla bassi, ma loro puntano sul fatto che tu puoi sempre contare su di essi, in qualsiasi momento di necessità. Noi studenti compriamo quello che ci manca ogni volta, pane, pasta, bottiglie d’acqua, raramente frutta e verdura. I più birra o vino. Alcuni ti fanno anche un panino lì al volo, molto comodo. Ogni tanto il comune impone loro ordini di chiusura forzati poiché rimanendo aperti fino a tarda serata vengono additati come causa di disordini, in quanto la gente ci sai reca per acquistare alcolici. È un po’ come sparare sulla croce rossa. Per fortuna quello che incontro io è aperto.

Entro e trovo davanti a me un punkabbestia mezzo fatto con cane al seguito. Sbiascica qualcosa con difficoltà: << hey pakista', ce l’hai la birra? >>. Il pakistano gli indica il frigo delle birre, largo quanto tutto il locale, Dio solo sa come ha fatto a non vederlo. Il pakistano sorride, è un tipo simpatico e precisa con un italiano accentato straniero: << Comunque vengo dal Bangladesh >>. <<Vabbè, più o meno siamo lì >> gli risponde l’altro. Io mi vergogno. Il non più pakistano mi guarda sorridendo e mi chiama in causa: << Voi italiani non siete tanto precisi >>. << Amigo >> rispondo io alzando le mani, << io non puedo saper, io so espagnolo >>. Chissà se si è accorto che io non parlo un'acca di spagnolo. Ma non mi interessa. Ho solo desiderato ardentemente che mi rispondesse ''Vabbè, più o meno siamo lì''. Ma non l’ha fatto.

 

*immagine tratta dal film 'Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano', Omar Sharif. 2003, diretto da François Dupeyron

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