#2 Tuffo a Milano: la city, il taxi e il B&B

#2 Tuffo a Milano: la city, il taxi e il B&B

Dopo aver girato su me stessa per dieci minuti buoni, esco dalla stazione. L’imponenza del Grattacielo Pirelli subito davanti all’uscita mi racconta senza giri di parole qual è (e sarà) il mio livello di visibilità all'interno della metropoli. Sono minuscola, sola e senza un tetto. La folla mi impedisce di ragionare. Un solo limpido pensiero mi attraversa d’improvviso la testa: che cosa ci faccio io in questa città.

Provo a concentrarmi su un punto cercando di evitare che i miei occhi si muovano al ritmo strabico e frenetico di ciò che mi circonda; una vertigine mi inghiotte. Resto immobile. Come un tuffo nel mare più profondo, dove l’acqua è più buia, più fredda: vado sempre più giù e mi piego all'abbraccio molesto del gelo. Trovo dove sedermi e faccio un respiro profondo; il peggio – a pari del meglio - passa in fretta.

Impongo la calma a me stessa e cerco il tassista che, a breve, simulando la guida di un giovane alcolizzato del sabato sera, mi porterà in albergo. Nel taxi la radio copre il mio imbarazzo: non sono mai stata in macchina con uno sconosciuto, tantomeno muto. La città si muove a zig zag davanti ai miei occhi incerti: il sole non è ancora tramontato e una striscia di luce arancione rimbalza sul vetro del finestrino macchiando il nuovo paesaggio e imprimendo allo stesso una sfumatura nostalgica di colori già noti.

Arrivo al B&B. Il padrone di casa mi accoglie con falsa gentilezza: avrà al massimo trent’anni, viso pulito in netto contrasto col tatuaggio che dal polso gli si arrampica colorato sulla spalla. Gli occhi stanchi. Accenna un sorriso forzato e senza dire una parola di troppo mi dà la chiave e mi indica la stanza in cui devo dormire. Domani è un altro giorno.

La notte solitaria passa in un attimo e la luce e il calore del sole di settembre mi svegliano senza fastidio. La camera del B&B è piccola e accogliente, di un silenzio improbabile, quasi incantato. Sono le 10. Prendo il portatile e senza pensarci troppo inizio a cercare annunci di stanze in affitto per studenti. Un percorso intricato di ricerca convulsa sta per iniziare. Finora l’ho solo intravisto: lì fuori, un nuovo travolgente universo mi aspetta a braccia conserte. Non lo so ancora, ma tutto sta per cambiare.

A partire da qui, da un giorno all'altro, con una drasticità direttamente proporzionale al passare dei giorni, mi sembrerà di riuscire a guardare la mia vita con straordinaria estraneità. Come in una sorta di vortice senza controllo, quasi isterico, i punti essenziali di un'intera esistenza d’un tratto risulteranno ai miei occhi invisibili: i risultati del test d'ingresso all'università, la nostalgia dell'amore perduto, quel dolore alla spalla sinistra che per settimane sembrava annunciare un infarto imminente, il terrore delle strade buie, della confusione, la claustrofobia, l'agorafobia e tutto il resto - puff - senza preavviso tutti i problemi al centro della mia vita troveranno repentinamente un'unica concreta a tratti tragica sintesi: trovare una sistemazione fissa.

Cercare casa (e infine trovarla) sarà come entrare in un mondo parallelo: davanti a me un foglio bianco che pian piano si riempirà di nuove storie, nuove facce, voci, situazioni. Gli incontri semplici e assurdi di una volta e mai più. Quelli che dimentichi subito, o ricordi per sempre.

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La protagonista di queste pagine è Giuditta, diciannovenne calabrese da poco giunta a Milano per iniziare gli studi universitari. Da un piccolo paese del Sud arriva nella metropoli: in questo diario, vita e visioni di una studentessa fuorisede.

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