#4 Buona fine del mondo

#4 Buona fine del mondo

21 Dicembre 2012. La sveglia suona puntuale ma i miei occhi sono spalancati sul soffitto già da un'ora. Sono le 7. La luce grigia del mattino milanese m'invita a restare nel caldo del mio letto ma l'esigenza di arrivare puntuale in aeroporto supera la voglia di dormire. Blocco il suono molesto del risveglio con agilità sportiva, non voglio disturbare Giulia (la mia compagna di stanza) che dorme serena arrotolata nel suo piumone rosa. Intravedo soltanto un ciuffo biondo cercare respiro sul cuscino. Mi tranquillizzo: Giulia non si sveglierebbe neanche se un gruppo di raverini entrasse in camera e iniziasse a saltare a ritmo tekno.

Di mattina mi muovo senza sapere come, né perché. C'è qualcuno che agisce per me, mi sento su un palco senza spettatori, trascinata da dei fili mossi da un burattinaio burlone: inciampo su un paio di scarpe, sbatto sulla scrivania, cade il cellulare, si rompe un bicchiere. Mi accerto che Giulia non abbia sentito: si alza a occhi chiusi, riassesta il piumone, torna giù.

Il tempo scorre silenzioso, faccio tutto quel che c'è da fare con la lentezza dei vincenti, alle 9 sono sotto casa. La città veloce mi accoglie con uno schiaffo di vento gelido. Arrivo in stazione centrale in metro. C'è un grande albero di Natale pieno di letterine per il Babbo rosso e bianco. C'è chi chiede lavoro: in Irlanda, in Germania, in Inghilterra, anche in Australia. C'è chi chiede l'amore di quella ragazza, che c'è stata ma valeva la pena ci fosse di più. C'è lei generosa che, sulla scia delle Miss italiane, chiede la pace nel mondo. Mi chiedo se più per sentirsi vicina alla pace, o più per sentirsi vicina alle Miss. Non posso restare ma resterei. I desideri (quindi le mancanze) altrui, aiutano a sentirsi meno soli, a sentirsi più normalmente incompleti.

A Bergamo litigo ai controlli con la guardia. Non capisco se sia un uomo o una donna. Alt*, gross*, capelli corti. Fa spogliare da testa a piedi una signora musulmana davanti a me con in braccio un bambino, senza aiutarla, insistendo senza sosta pur vedendola in difficoltà. Con quell'accento bergamasco che, sarò razzista, ma. Un signore lascia le sue valigie e l'aiuta. Passo io, lasciando nel carrello il portafoglio, il biglietto, il cellulare, due cappotti, il computer, il Topolino, la sciarpa, l'acqua e un pacco d kinder cereali. Viaggio con Ryanair. Mi guarda indispettit*. Al passaggio, suono: "Devi toglierti le scarpe". Penso immediatamente ai calzini fuxia e neri, con la punta blu, indossati stamattina. Mi fermo un attimo. Dico: "Scusi?". Ripete: "Le scarpe". Mi viene da piangere, divento verde dalla rabbia e rossa dalla vergogna. Gli dico: "Ok, però cortesemente può controllare le mie cose che sono già lì in fondo e non vorrei perderle?". "Questo è un aeroporto serio", dice. "Sì, ma visto che in questo aeroporto serio l'anno scorso ci ho perso un cappotto preferisco tutelarmi, sa".

Arrivo al Gate 19 e in fila siamo tutti calabresi. Un ragazzo di Conflenti ci prova con una ragazza, calabrese pure lei, senza accorgersi che c'è anche il padre. Se ne accorge quando l'anziano, con sguardo tagliente e composto, lo invita al silenzio. La fila finalmente si muove e mi ritrovo in aereo. Una signora parla in dialetto con l'hostess inglese lamentando di non trovare posto per la valigia. L'hostess la guarda confusa e chiama lo steward spagnolo: un’esplosione di no sense. Metto musica nelle orecchie, mi sistemo e guardo fuori, tornando alla missione quasi possibile di Babbo Bobbo e Paperinik.

Iniziano le turbolenze. Mi guardo intorno cercando conforto ma nessuno sembra temere che, vista la data, il tremore possa essere segnale dell'inizio della fine. Vedo il mio mare sotto di me e mi consolo, forse mi commuovo. Prima che l'aereo tocchi terra scatta l'applauso, vorrei essere in compagnia per condividere la mia amarezza, magari riderne un po', sdrammatizzare. Ma tutto passa in fretta, sono a casa.

All'uscita mi aspetta un quadretto d'amore che sa di poesia: per questo Natale e per il nuovo anno non desidero né auguro altro. Ché se il mondo finisce, qualcosa rimane.

Buon 2013*
 

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La protagonista di queste pagine è Giuditta, diciannovenne calabrese da poco giunta a Milano per iniziare gli studi universitari. Da un piccolo paese del Sud arriva nella metropoli: in questo diario, vita e visioni di una studentessa fuorisede.

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