#5 Amore underground

#5 Amore underground

Metro Milano, un giorno di Gennaio.

Sono qui da mezz'ora. Mi siedo, mi alzo, torno a sedere. Nell'attesa senza fine collaudo il mio nuovo Ipod: Lucio Dalla mi urla un malinconico 'te voglio bene assai' e la mia mente risponde cantando quasi in sincrono la stessa melodia.

Il cielo sembra malato, anemico. La ferrovia immobile e triste attende le rotaie di un treno che sembra non arrivare mai. L’anziana accanto a me ha una pelliccia abbondante, abbinata al colore dei capelli tinti. Un castano chiaro pulito, luminoso, denso, morto e artificialmente resuscitato. A qualche passo da me c'è un'altra signora. Cappotto lungo nero e capelli ricci scuri, con una piega strana, tirata all'indietro. Il viso magro e segnato non cede all'inganno del trucco e lascia emergere prepotentemente gli oltre quarant'anni che porta con sé. E' in piedi, fuma e guarda un punto vuoto dall'altra parte del binario, immobile, a un passo dalla linea gialla: vorrei aggrapparmi al suo braccio e accompagnarla un po' più indietro.

Io nelle stazioni ho sempre l'esigenza di appoggiarmi a qualcosa; se c'è un muro, meglio. Ho paura che qualcuno possa d'un tratto spingermi giù, così, per follia. Anche quando cammino per strada, stessa cosa, non so stare dalla parte esterna al marciapiede. Da piccola il lettino attaccato alla parete mi dava sicurezza, mi garantiva un cinquanta per cento di protezione dai capitomboli notturni dovuti ai sogni inquieti. Avevo un incubo ricorrente: qualcuno, di notte, entrava in camera mia e mi spingeva giù dal letto.

Aspetto in fondo al binario, per entrare nell'ultima carrozza, quella degli anziani e dei misantropi: c'è sempre meno gente perché l'abitante milanese dinamico arriva a un soffio dalla chiusura delle porte e, generalmente, si tuffa - anche a rischio schiacciamento - nei vagoncini centrali. Il treno si avvicina, si ferma. Entro e prendo posto.

La linea M2, metro verde di Milano, nelle zone più a Nord è una linea di superficie. Man mano che cammina verso il centro della città diventa "metro" nel senso classico del termine: di fermata in fermata, scendi, fino a trovarti finalmente sotto terra. A quel punto, come è ovvio, non vedi più neanche la luce pallida che fino a poco prima il cielo di Milano ti lanciava addosso quasi come uno sputo di compassione: composta e scomoda su un sedile illuminato, vedi d'un tratto il buio che, sfrecciandoti davanti, fa da cornice al tuo viso opacamente riflesso sul finestrino di fronte. Rinunci a controllare il livello delle tue occhiaie e ti distrai.

Due anziani signori, un uomo e una donna, vicini ma sconosciuti. Lui ha i capelli bianchi, cappotto pesante, camicia sbottonata sul collo e 'Leggo' in mano; lei, donnona coi capelli corti, cappotto rosso porpora, borsa larga e nera, viso innocuo, stanco. Si addormentano entrambi: le loro teste si inclinano lentamente, quella di lei verso la spalla di lui e viceversa. Si inclinano, sempre di più, con l'innocenza incosciente del sonno di un bambino. Li guardo sperando che si sfiorino, che nel contatto spunti fuori una bolla a forma di cuore. Per amor di tenerezza e lieto fine, spero che continuare a guardarli possa avvicinarli come per magia.

Il mio egoistico desiderio muore di speranza. La metro si ferma bruscamente; si svegliano d'un tratto e, cercando di dissimulare il sonno, nel ricomporsi, nessuno dei due si accorge dell'altro. La voce del treno avverte che sto per arrivare alla mia fermata. Mi alzo, li guardo delusa, quasi offesa, e vado via.


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La protagonista di queste pagine è Giuditta, diciannovenne calabrese da poco giunta a Milano per iniziare gli studi universitari. Da un piccolo paese del Sud arriva nella metropoli: in questo diario, vita e visioni di una studentessa fuorisede.

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