#1 La prima volta, c'è solo da guardare.

#1 La prima volta, c'è solo da guardare.

Milano, Stazione Centrale. La voce del treno annuncia l’arrivo. Scendo. Il cellulare squilla puntuale nel delirio, un signore dai capelli neri a pois bianchi mi spinge, la borsa mi cade dalle spalle, qualcuno mi aiuta a riportarla al suo posto. Dico un 'grazie' nervoso, irriconoscente, e scappo via.

Da sola, con una valigia tre volte me, girovago incerta per raggiungere la metro. Cammino, inciampo: vorrei avere occhi anche alle spalle. La confusione mi impone una sosta: nei luoghi affollati mi viene spesso una vertigine strana che dice frenetica: “Ora svieni”. Mi aggrappo alla borsa come possa in chissà che modo sfuggirmi, riesco a vedermi dall’alto: sono un puntino bianconero nella confusione. A distanza non si vede, ma tremo. Bianca nel pallore del viso, il nero delle occhiaie fa pendant con la maglietta. Quasi invisibile rifletto sul da farsi mentre la voce Trenitalia annuncia senza sosta arrivi e partenze.

Un uomo, davanti a me, ricorda un paesaggio già visto. Lo fisso sperando non se ne accorga. Basso e tarchiato, con un cappello in stile anni ’30 e quattro valigie, insieme alla moglie. Colorata e di simile corporatura, quasi un quadro, due soggetti di campagna catapultati in un mondo nuovo. Lui parla in dialetto calabrese con il signore dello sportello informazioni, vicino ai binari. Mi accorgo per la prima volta del mio dialetto che, decontestualizzato, risulta tanto caratteristico quanto oscuro: “Scusate, nduv’ aju e jiri ppi Brescia?” (Scusate, dove devo andare per Brescia?), chiede. Il dipendente di Trenitalia lo guarda confuso. L’uomo insiste -cercando senza risultati di pulire la sua parlata- e va così per un pò, in una situazione a due di perseverante incomprensione.

Mi avvicino per gustare al meglio una scenetta dal sapore teatrale: su quello che sembra diventare un piccolo palcoscenico grottesco il signore col cappello guadagna finalmente la tanto attesa risposta.

I suoi occhi soddisfatti si voltano a cercare la moglie che però ha già fatto da sé, allontanandosi con due valigie: a vederla muoversi goffa nella direzione sbagliata sembra quasi d’accusare insieme a lei il fardello che trascina. ''Rosa!'' urla dopo averla avvistata il marito, incurante della folla intorno a lui. ''ROSA!'' insiste, come convinto che la donna possa sentirlo anche ad una tale rumorosissima distanza: si accorge presto dell’inefficacia del suo tentativo e finalmente con fermezza la insegue, la raggiunge e la riporta a sé, afferrandone il braccio robusto. E così, d’un tratto, nel nulla, dietro ai movimenti vivaci di mille altri sconosciuti, vedo sparire le loro spalle di nuovo teneramente vicine.

Milano si presenta così, quasi paradossalmente: saluto la Calabria e la ritrovo ad accogliermi dall’altra parte d’Italia, in una bolla d’amore confuso e genuino. Sono passati due mesi da quel mio primo piede in stazione. Dopo varie peripezie ho una casa e la mia nuova vita da studentessa fuorisede inizia qui. In una città bella, un po’ nevrotica, dalle mille sfumature. Nei suoi contrasti Milano fa da cornice a infinite storie. C’è solo da guardare.

(Milano, Novembre 2012)


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La protagonista di queste pagine è Giuditta, diciannovenne calabrese da poco giunta a Milano per iniziare gli studi universitari. Da un piccolo paese del Sud arriva nella metropoli: in questo diario, vita e visioni di una studentessa fuorisede.

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