Legalizzazione delle droghe leggere: scontro a Bologna

Legalizzazione delle droghe leggere: scontro a Bologna

A Bologna la vita è giovane e pulsante, l’università dona prestigio e modernità alla cittadina, lo stile di vita e la mentalità del luogo sono tra i più all’avanguardia della penisola. Tutte cose riscontrabili realmente. Purché non se ne parli.

La settimana scorsa si è acceso un dibattito all’interno della Giunta Comunale fra l’Assessore alla Salute Rizzo Nervo e l’Assessore alla Legalità Nadia Monti sulla scottante tematica della liberalizzazione delle droghe leggere. L’assessore alla legalità si era espressa con parole esplicite su Facebook: ''La legalizzazione delle droghe leggere è un tabù da sfatare''. Ferma e chiara la replica dell’assessore alla Salute: ''La cultura della droga va combattuta con determinazione'', aggiungendo anche che ''la mia responsabilità politica mi chiede di sostenere un modello di città, di Paese, di mondo, a cui ai giovani sia offerta una prospettiva più divertente e creativa che la droga (più o meno leggera)''.

Le tesi a favore degli avversi alla liberalizzazione sono le più sacrosante possibili, dall’illegalità giuridica ed etica di liberalizzare sostanze stupefacenti dannose per il cittadino e per la società, alla degenerazione biologica dell’organismo umano stesso. Insomma, la droga fa male, lo si sa. I fautori della liberalizzazione hanno però dalla loro argomentazioni altrettanto reali, dai proventi che si taglierebbero al mercato nero della malavita, alla maggiore sicurezza che scaturirebbe dal controllo medico ''legale'' della sostanza, altrimenti al giorno d’oggi molto corrotta a livello compositivo e quindi più pericolosa rispetto al passato.

Che certi tabù inveterati nella nostra cultura rimangano tali anche in posti maggiormente aperti alle più svariate ed eterogenee tendenze come Bologna, non è un fatto che sorprende. Del resto rimaniamo pur sempre in Italia. Ciò che stupisce, ancora una volta, è la distanza abissale che intercorre fra la politica, o certi politici, e la vita effettiva delle persone all’interno della società. Si consideri Bologna, città universitaria che pullula di giovani ''scapestrati''. Ognuno conosce a dovere la consuetudine dello spinello fra amici, sia chi partecipa sia chi ne rimane escluso. Si tratta di un atto simbolico entrato a far parte della cultura giovanile. Quando un rito viene assimilato dal costume di un popolo, è difficile o impossibile sradicarlo. La repressione spesso e volentieri si configura come il più forte stimolo all’illegalità.

In tempi di crisi come questi poi, va molto di moda prendere a modello i soliti Paesi più liberali ed avanguardistici del resto d’Europa. In alcuni di questi è possibile usufruire di marijuana e hashish in appositi locali, con ingenti ricavi economici che confluiscono nelle casse statali. In altri è consentito l’uso di droga leggera per scopi medici. In genere, ovunque la quantità di sostanza massima consentita è maggiore rispetto a quella permessa in Italia. In California poi, si indicono referendum per renderla totalmente legale, oltre ad esserlo già per scopi terapeutici. Ma qui da noi non può essere così, ci sono altri e più gravi fattori con cui bisogna confrontarsi. Il proibizionismo è voluto da più parti. Quelle parti che contano, quei poteri e quelle associazioni ed istituzioni che detengono il controllo del Paese.

La conclusione del discorso è sempre la stessa: la droga è illegale perchè degenera l’uomo, eppure molti ne fanno uso. La liberalizzazione servirebbe proprio a questo: regolamentare per rendere controllabile il fenomeno. D’altronde, il compito di uno Stato costituito dovrebbe essere proprio questo. Ma in Italia intorno a certi tabù non è consentito nemmeno discutere. Nemmeno a Bologna. Nemmeno se si tratta di una canna.

 

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